F F Tribuna Libera: Ceglie Messapica come metafora del mondo

giovedì 23 ottobre 2014

Ceglie Messapica come metafora del mondo


Ha avuto molto successo il cortometraggio "Na nu naschene' cchiù com' a me" pubblicato ieri online e che il blog ha ripreso in un post.




Mi  è piaciuto molto questo video - realizzato da Gianfranco Antico e Vincenzo Suma che ha per protagonista uno strepitoso e simpaticissimo Cosimo Urso - e che fa tornare alla mente l'intreccio narrativo della migliore commedia italiana (penso a "Letto a tre piazze" con Totò). Facendo i dovuti calcoli delle date, la storia dovrebbe essere ambientata nei primi anni '80 ma, in realtà, è solo un pretesto narrativo potendo benissimo trovare ambientazione nell'oggi.


La storia: un reduce dalla campagna di Russia della II Guerra Mondiale torna a Ceglie Messapica dopo un lungo viaggio a piedi lungo la ferrovia per riabbracciare la moglie. Qui scopre che questa, morta un decennio prima, credendolo morto in guerra, si era risposata; inoltre ha perso nel frattempo la casa, cosa farà? Nella prima scena vediamo l'arrivo di Cosimo alla stazione. Non c'è nessuno ad accoglierlo, eppure è un piccolo grande eroe di una vicenda più grande di lui e di tutti noi. Il suo primo atto è raccontare a sè stesso (e indirettamente allo spettatore) la straordinarietà e tragicità dell'esperienza vissuta: la guerra vista con gli occhi di una persona semplice, la violenza, la paura.



Il racconto continua mostrando il suo passaggio tra i punti più belli della città e del centro storico, alla ricerca di sè stesso e della sua vita. Troverà che, negli anni, tutto è cambiato. Quello che lo legava a quella terra che tanto aveva desiderato rivedere è scomparso (gli affetti e la sua casa). Proverà a raccontare e condividere la sua storia con altri (per primi con due persone sedute per strada che lo prenderanno quasi per pazzo) ma nessuno però parrà interessato ad ascoltarla. "Nan ' gi è cambiat proprij Cegghj" dovrà ammettere.

Neanche il prete a cui va chiedere aiuto la ascolterà, anzi penserà solo a spiegargli i particolari burocratici e legali conseguenti alla sua assenza. Resta freddo anche nel comunicare a Cosimo la morte della moglie e, anzi, gliene legge il testamento e gli consegna le cambiali non pagate. Come un notaio. Giunto presso la casa di campagna ereditata, Cosimo scopre che è occupata dal nuovo marito della moglie, risposatasi credendolo morto, il quale non ne vuole sapere di lasciargli la costruzione. Anzi, lo manda via a male parole.





Il racconto è scandito da momenti e scene veramente divertenti, dove il nostro dialetto - con le sue espressioni tipiche e grazie soprattutto alla bravura e genuinità di tutti gli attori - incornicia situazioni rispetto alle quali è impossibile non ridere. Ma che allo stesso tempo hanno come sfondo un senso continuo di malinconia, solitudine e indifferenza verso il prossimo. E' l'incomunicabilità il fulcro del racconto, il tema che trascende la piccola realtà cegliese diventando una piccola grande metafora che va a fotografare l'intera società.

Fino al momento finale in cui, di fronte al crollo di quelle certezze che lo avevano aiutato a sopravvivere a migliaia di chilometri, Cosimo scoppia in una lunga, fragorosa risata. E' la rappresentazione della forza di noi cegliesi che, anche di fronte alle prove più dure e alle difficoltà che paiono insormontabili, troviamo la forza di non farci buttare a terra. "Pigghiàma a 'ris" è il detto che rappresenta tutto questo, una vera filosofia dell'esistenza.

Bravi perciò a chi, con semplicità e capacità narrativa, è riuscito a regalarci questa piccola perla di cegliesità e semplicità che diventa allo stesso una grande riflessione sul nostro vivere contemporaneo. 



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