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lunedì 4 maggio 2020

Da Ceglie a Porto Rico, con un grande cuore









Ringrazio Angela Nannavecchia per avermi segnalato questa storia. 





E' un articolo su una donna cegliese che vive da anni a Porto Rico, la signora Rosa Elia (in foto), una talentuosa designer di moda, che si è distinta per un'opera altruistica in emergenza (ormai mondiale) da Coronavirus. 




Un Paese che sta vivendo un'emergenza ancora maggiore dei nostri Stati europei: ospedali e centri sanitari non sono sufficienti per soddisfare una domanda così grande di pazienti infetti, con una scaristà di attrezzature di protezione. 


E qui nasce la vicenda che vede protagonista Rosa e che vi racconto oggi.




L'articolo è scritto sul sito "El nuovo dia" (il nuovo giorno) e si intitola "L'empatia di Rosa Elia". L'ho tradotto con i mezzi a disposizione, siate clementi.





Originaria di Ceglie Messapica, provincia di Brindisi, in Italia, è arrivata a Porto Rico 29 anni fa. Il marito e i figli sono portoricani, quindi è stata adottata dall'Isola del Fascino come sua seconda patria. Dal sud borincano, ci ha deliziato con i suoi bei disegni di moda che hanno percorso importanti passerelle.



È Rosa Elia, talento della moda che descrive sè stessa come una persona molto timida e riservata. Le sue creazioni, che includono le collezioni My Fair Lady, Texture, Goal, MAISHA, ispirata all'Africa, e Terra Mia, dedicata alla sua culla italiana, nei suoi tre decenni di carriera nella moda, hanno girato il mondo. 






Tuttavia, dopo la sequenza sismica che provocò grandi devastazioni nell'area in cui risiede, da gennaio non aveva più potuto riprendere i lavori nel suo atelier. Ma finora, ha acceso la sua macchina da cucire per empatia!


Era preoccupata per ciò che stava accadendo nel suo paese natale, l'Italia, con la rapida proliferazione del coronavirus (COVID-19) e le condizioni del personale sanitario, che non disponeva delle attrezzature di protezione necessarie per affrontare la valanga di casi segnalati.


"Ho sofferto in modo molto forte perché è il mio paese, c'è la mia famiglia e ho iniziato a vedere la morte, l'effetto sugli ospedali ed è stato molto difficile. Mi ha commosso molto, fino al pianto, quando ho visto video di medici e infermieri che non avevano maschere, né attrezzatura di protezione e stavano chiedendo alle sarte di farle in tessuto. Ciò ha suscitato in me la preoccupazione che, se stesse accadendo in quei luoghi, prima o poi sarebbe successo qui. 


Così ho pensato: Non posso farlo per il mio paese, ma per Portorico sì. Andai nel mio laboratorio, e separai tutto il materiale che poteva servire, secondo le informazioni che avevo raccolto. Grazie a Dio, ne avevo abbastanza. Così ho iniziato la produzione di maschere per poi distribuirle al personale ospedaliero", ha raccontato Rosa Elia a Ambiente Emozionale.




"Ho capito che il settore sanitario era molto esposto, così ho deciso di dedicarmi esclusivamente a loro. Molti mi chiedono perché non venderle se, alla fine, è il mio lavoro. Avevo queste opzioni, ma ho scelto di regalarle alle persone che ne avevano bisogno perché mi hanno insegnato che la via più facile non è necessariamente quella giusta. La mia coscienza diceva che dovevo dedicarmi ai professionisti del servizio sanitario e non potevo far pagare loro, perché lavoravano per salvare vite", ha precisato.


All'inizio, ha compiuto il suo atto di solidarietà in silenzio perché ha imparato che "quando si aiuta, si fa in privato". Non si aspettava che le istituzioni, ricevendo il suo dono, la avrebbero immediatamente ringraziato attraverso le reti, quindi è andato oltre pubblicamente. 


Fu così che il progetto fu reso pubblico ed avvenne appena in tempo, perché già la materia prima del suo laboratorio cominciava ad esaurirsi. Proprio alcuni di questi tessuti erano stati acquistati in Italia per quella che sarebbe stata la sua prossima collezione.



"Il materiale mi stava finendo e avevo una lista piuttosto lunga, ed è stato allora, per la prima volta nella mia vita, ho fatto una diretta Facebook per spiegare alle mie amicizie cosa stavo facendo e l'aiuto di cui avevo bisogno per andare avanti. 

Sono stata molto felice perché la risposta fu immediata. Cominciarono ad arrivare i tessuti e gli elastici. Non riesco a descrivere la gratitudine che provo per tante persone che si fidano di me e continuano a sostenermi. Qualcosa di piccolo è diventato così grande", ha detto con voce interrotta, spiegando l'emozione che gli provoca il sostegno ricevuto e l'impatto che ha avuto il progetto.


Dal 22 marzo, data in cui è iniziata l'iniziativa di solidarietà, la designer italiana con sede a Yauco, Puerto Rico, ha prodotto più di duemila maschere che ha donato ad ospedali, centri di dialisi e di cura di malati di cancro, ambulanze, centri di diagnosi e trattamento, nonché alle aree mediche di alcune carceri.




Le sue lacrime di emozione sono state continue. Una di quelle occasioni fu quando vide il suo postino, senza maschera. "Fu istintivo uscire e chiedergli se non ne aveva. Dopo che questi rispose che non ne aveva, presi alcune di quelle che erano pronte e gliele diedi. Lui pianse e io anche".




"Le vite che abbiamo raggiunto con questo; è una cosa bella. Finora non sono io, sono tutti coloro che hanno creduto in quello che sto facendo. Finché Dio mi darà la salute, continuerò a fare le mascherine così che possano arrivare a chi ne ha bisogno. È un esempio di solidarietà, di come quando molte persone si uniscono possono fare di più, io da sola non avrei potuto farlo", ha spiegato la talentuosa artista della moda, che dopo aver dovuto spegnere per tre mesi le sue macchine da cucire, le ha accese per aiutare il prossimo.


Ben lo descrive lo scrittore e regista italiano Roberto Saviano: "L'empatia è una parola bella, significa sentire la felicità e il dolore dell'altro nella propria pelle, nella propria persona". In precedenza, su questo blog, ho sollevato l'importanza di adattarci al nostro cappello empatico per allargare il nostro sguardo e cercare di vedere come gli altri vedono e sentono le situazioni.


Tutti i modelli di intelligenza emotiva collocano l'empatia al primo posto. Come descrive il dottor Daniel Goleman, si tratta di "percepire i sentimenti e le prospettive altrui e interessarsi attivamente alle loro preoccupazioni".


Grazie Rosa Elia! Grazie per la tua empatia! Grazie a tutti coloro che hanno collaborato per sostenere i lavoratori di prima linea. Grazie ai designer e alle sarte per le loro maschere di solidarietà; gli studenti, gli exallievi e gli insegnanti del Recinto Universitario di Mayagüez con le loro protezioni facciali; gli ingegneri con i loro disegni di ventilatori; e tutti coloro che sostengono queste iniziative: grazie per la loro empatia!



per l'articolo originale


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E grazie anche da parte nostra a questa nostra concittadina che ha portato così tanto lontano da noi, da un'altra parte del mondo, il suo talento insieme a tanto amore.




Tribuna Libera

sabato 1 giugno 2019

Giuseppe Palmisano su "Playboy"





Di Giuseppe Palmisano, in arte Pipo, fotografo di origine cegliese e vero artista dell'immagine avevamo parlato un paio di anni fa quando al Centro Arti Visive Pescheria di Pesaro, Giuseppe si era cimentato in un progetto artistico ambizioso, dal titolo: "Vuoto". 



Nessuna descrizione della foto disponibile.


Era una foto artistica che riuniva trecento ragazze, seminude, coperte solo di collant bianchi, per raccontare il vuoto, "esprimere assenza e solitudine in un unico scatto analogico". 




L'immagine può contenere: una o più persone e folla





Qualche settimana fa di Pipo e delle sue opere ne ha parlato anche il sito web della rivista statunitense Playboy, con un articolo dal titolo "Catturando l'assurdo nell'erotismo".







"La sua carriera iniziò quando compì 20 anni, comprò una fotocamera Nikon D60 economica, lasciò l'università e si trasferì dalla Puglia, in Italia, a Roma. Negli anni successivi, trasferì le città cinque volte e chiamò una dozzina di diversi indirizzi a casa mentre era in tournée con una compagnia teatrale. Fu allora che iniziò a sperimentare con l'arte, fotografando le "cose ​​strane" - animali, oggetti e "qualsiasi cosa catturasse la mia attenzione con la sua forma o il suo colore" - lo vide durante i suoi viaggi.


"All'epoca pensavo che non avrei mai fotografato soggetti umani, ma poi le cose sono cambiate." Le cose cambiarono nel 2012 quando iniziò a fotografare il suo amante, il suo primo soggetto femminile, nel tentativo di "catturare tutte le sue sfumature sensuali". Ma quando la relazione è implosa, ha scoperto lo stile che continua a torcere e tramutare fino ad oggi - uno stile che la stampa chiama affettuosamente "Erotismo assurdo".




per l'articolo






A breve, il 25 giugno, Giuseppe realizzerà una nuova opera collettiva dal titolo "Il vostro vuoto". 



Di seguito un articolo e un video al riguardo 



Clicca per l''articolo











La partecipazione di qualche tempo fa nella trasmissione "Tropical Pizza", su Radio Deejay (che poi la trasmissione sia iniziata con un brano dei Duran ... bè siamo al top).












Tribuna Libera

sabato 30 giugno 2018

Stefano Menga sventa una truffa






Per una volta la cronaca non la racconta ma è lui stesso protagonista. Lo leggiamo su un quotidiano lombardo. Come sapete, il nostro Stefano Menga si è da qualche anno trasferito per lavoro con la sua famiglia a Novedrate dove lavora come conducente di scuolabus, oltre a mantenere il contatto con Ceglie attraverso il blog Cronache e cronachette. 

Giovedì scorso ha sventato una truffa. Così lo stesso Stefano racconta la vicenda: "Ero in via Vecchia Canturina, intorno alle 15.30, quando sono stato fermato da un pensionato che mi conosceva: due giovani motociclisti lo avevano fermato dicendo che aveva rotto loro lo specchietto. La classica truffa. Ho finto di chiamare i carabinieri e i due se la sono data subito a gambe levate. Bisogna stare attenti sempre".






Il giornale oltre a raccontare questa vicenda, dedica a Stefano un ampio spazio dove parla proprio di lui. (cliccate sulla foto per ingrandirla). 


Stefano, ci vediamo presto a Ceglie. 




Tribuna Libera

giovedì 28 giugno 2018

Un cegliese a Tolosa



Su Tribuna raccontiamo spesso le storie di cegliesi nel mondo, persone che hanno lasciato la nostra terra e si sono affermate non solo in Italia ma nel mondo. Oggi Daniele Basile ci racconta la sua storia insieme a quella del suo ristorante ("L’Orso italiano") a Tolosa, in Francia.


Complimenti e buon lavoro.








"Sono un cegliese e tale mi sono sempre sentito ovunque abbia vissuto, in Italia e anche in Europa, nonostante sia andato via dal mio paese appena compiuti diciotto anni. 



Nella valigia che mi porto appresso, ho un sacco di ricordi e soprattutto tante esperienze diverse che sono servite ad essere oggi quello che sono: un neo papà innanzitutto e un neo imprenditore italo francese. 

Sono andato via da Ceglie per inseguire la carriera militare nella Folgore a Livorno per ben sei anni, ho fatto l’operaio come perito meccanico nella nebbiosa Piacenza, l’assicuratore a Ceglie e sono andato anche a raccogliere le olive in campagna, pur di essere indipendente il più possibile e in tutto ciò non ho mai abbandonato la passione che avevo sin da adolescente, di fare il cameriere. 

Ma a un certo punto avevo bisogno di realizzare me stesso al meglio e di fronte alla domanda cosa avrei voluto fare da grande, la risposta più immediata è stata: conoscere il mondo e allora… zaino in spalla e un biglietto aereo per Londra. 

Non avevo alcuna raccomandazione in tasca ma solo tanta buona volontà (non sempre scontato in un ragazzo di poco più di vent’anni ma, il mio mentore è mio padre) e sono orgoglioso di aver potuto lavorare in strutture eccellenti come general manager. 

Posso dire che a Londra ho “affruttucato” le maniche e ho imparato cosa significa costruirsi il futuro con impegno e sacrificio e raccogliere bellissime soddisfazioni.





Il resto della mia storia è quella che si legge nell’introduzione della mia nuova attività “L’Orso italiano”, che mi viene più facile raccontare in francese o in inglese, in due parole la storia di Amore e Cucina. 

L’incontro tra me e Sofia, mia moglie, è stato certamente il miglior cocktail riuscito: passione per l’arte e la gastronomia. L’incontro con Sofia, giovane designer tolosiana, laureata a Londra è stato l’incipit di quello che volevo realizzare da grande.





Trasferitomi a Tolosa, sud della Francia, poco più di un anno fa, ho deciso di portare avanti l’esperienza maturata in Inghilterra, come organizzatore d’eventi e servizio catering. Avevo tra le mani un mestiere e delle origini genuine e Sofia con la sua creatività e concretezza ha dato vita a un progetto fantastico. 

Proponendo i semplici prodotti della mia terra ho fatto colpo sui francesi ed è iniziata così una bella avventura dal nome “L’Orso Italiano”. La figura dell’Orso è legata principalmente al mio aspetto fisico e secondo Sofia, al mio carattere.






Nel giro di un anno la richiesta del nostro lavoro è aumentata ed è maturata l’idea di realizzare una struttura tutta nostra in un paese dove non c’è un vero e proprio ristorante italiano. Abbiamo cercato un ambiente che facesse sentire i nostri ospiti un po’ in vacanza, come quando arrivi in puglia per le ferie estive.





I prodotti che utilizziamo sono tutti rigorosamente pugliesi e selezionati per creare un concept regionale. Le ricette sono quelle che ho imparato alla tavola di casa mia, dalle mani di mia madre e di zia Rosa.




Nell’avventura ho coinvolto anche un amico cegliese, diplomato cuoco, Danilo Semeraro, con cui ho condiviso parte dell’esperienza londinese e ora francese. 

Posso dire di essere un emigrato felice perché nella mia quotidianità non mancano mai le mie origini e mi piace che questa sia l’immagine che gli altri trovano quando varcano le porte della mia cantina. 

Vi aspettiamo a Tolosa". 

Sofia e Daniele 
#l’orsoitaliano




Tribuna Libera

sabato 9 giugno 2018

Un ingegnere cegliese tra opere pubbliche in tutto il mondo





Come spesso facciamo su Tribuna Libera, torniamo a parlare di cegliesi che si danno da fare e apprezzare nelle loro attività in tutto il mondo. 




Oggi parliamo dell'ing. Eusebio Ligorio: da 15 anni con l'azienda per cui lavora come responsabile elettrico per impianti a bordo macchina TBM ed automazione (la SELI Technologies leader nello scavo meccanizzato con TBM, cioè Tunnel Boring Machine)  dà un valido contributo a livello mondiale nella realizzazione di grandi opere. Oggi risiede a Verona.



Era il lontano 2003 quando ha visto la prima TBM in un cantiere Italcementi a Bergamo. Da quel momento è diventata una passione e con tanto impegno e sacrificio ha raggiunto grandi obiettivi. 


Oggi a distanza di 15 anni e dopo chilometri e chilometri di gallerie scavate nel mondo (Italia, Etiopia, Doha, Malesia, India, Danimarca, Germania e Laos) Eusebio gestisce un team di tecnici elettrici nei vari cantieri. 



Ultimo lavoro quello della metropolitana di Torino che ha visto la luce qualche giorno fa,  con il completamento dell'opera alla presenza di alcune autorità tra cui il sindaco Chiara Appendino ed il presidente della Regione Sergio Chiamparino.


Complimenti.



Tribuna Libera

venerdì 1 giugno 2018

Un Cegliese a Berlino, su Canale 9








Su Canale NOVE va in onda una trasmissione dal titolo "Little Big Italy" che in ogni puntata va alla ricerca dei migliori ristoranti italiano all’estero, viaggiando ogni volta in una città diversa. Tre italiani all'estero suggeriscono il loro ristorante preferito.

Nella puntata di due sere fa protagonista è stato il ristorante  “A Muntagnola”, suggerito da Giovanni Bruno, originario di Ceglie Messapica. Il ristorante alla fine è stato eletto come il migliore di Berlino.


















Giovanni Bruno è nato a Ceglie e si è trasferito nella Capitale tedesca nel 1981, dove si è laureato poi alla Technical University. E' perito industriale per la Horico, azienda leader nel settore dell’ortodonzia, è dal 1990 presidente del Club Italia, società calcistica berlinese allenata da Thomas Häßler, ex centrocampista di Juventus e Roma.




per il video della puntata





Tribuna Libera

domenica 3 settembre 2017

Anche il cegliese Giuseppe Zaccaria al festival del cinema di Venezia




In questi giorni stiamo parlando ampiamente degli artisti cegliesi che stanno stanno partecipando, in vari ruoli, al Festival del cinema di Venezia (in un altro post di oggi trovate anche il racconto del successo della pellicola musicata da Mirko Lodedo).



Ma c'è anche un altro nostro concittadino che svolge un ruolo dietro le quinte (lo fa con successo da tanti anni). 






Parliamo di Giuseppe Zaccaria, cegliese, press agent di numerosi artisti e proprietario dell'agenzia Zaccaria Communication, con sede a Roma. Da anni si occupa dell'ufficio stampa di film e attori al festival di Venezia.






Con la sua società sta seguendo la comunicazione del film "Nato a Casal di Principe". Oggi, 3 settembre, in particolare è stata la volta del cortometraggio "Arianna" interpretato da Andrea Garofalo su tematica Lgbt, con la presenza di Nichi Vendola, da anni amico di Giuseppe, e che è intervenuto nel dibattito/conferenza successivo al film. 




Il 5 settembre sarà la volta del cortometraggio "Bad News" con Daniel Bondi e Pino Calabrese; il 6 invece supervisionerà un evento su Basilicata e il rapporto di questa regione con cinema e turismo. Infine il 7 settembre, un party glamour con la presentazione del libro di Emilio Fede "Eventi" .



Come ha dichiarato a Tribuna Libera: 

"Stiamo preparando questi eventi impegnativi da mesi, con la mia squadra di miei collaboratori. Questo mi ha permesso di vivere le vacanze nella mia Ceglie per soli pochi giorni.. ma ho visto un fermento culturale che lascia presagire solo cose interessanti". 

Quale è il segreto del tuo successo? gli chiediamo.

"Tornare dai miei genitori e mettermi a lavorare per pochi giorni nel Bar Sant'Antonio di mio padre per incrociare sorrisi e strette di mano della mia terra che mi riempiono di energia".


Complimenti. Auguriamo anche a lui buon lavoro e una continuazione dei suoi successi.




Tribuna Libera

mercoledì 7 giugno 2017

Il cegliese Giuseppe Palmisano nello stesso giorno su "La Stampa" e Radio Deejay



Il sito del quotidiano torinese "La Stampa" parla di un giovane fotografo di origine cegliese e bolognese di adozione: Giuseppe Palmisano.







Ha ideato qualcosa di davvero originale:


"Chi lo conosce lo definisce un innovatore. Un fotografo specializzato nel trovare sempre modi originali per mostrare i suoi lavori. Lui minimizza. «Cerco solo di avvicinare l’arte agli spettatori», spiega Giuseppe Palmisano. Per riuscirci, l’ultima idea che gli è venuta è portare i suoi scatti nelle case dei torinesi. 36 istantanee di corpi di donna in altrettanti appartamenti perlopiù di persone a lui sconosciute, che fino al 1° luglio si convertono in micro gallerie ...".


per leggere tutto








Una sua opera



Ieri pomeriggio era in diretta nella trasmissione "Tropical Pizza", su Radio Deejay.






Questa è la sua pagina Facebook:




Complimenti da tutti noi.






Tribuna Libera

mercoledì 19 aprile 2017

Pasquale Amico e il "Capolinea" svizzero in tv






Pasquale Amico, 40 anni, è un nostro concittadino che un bel po' di tempo fa si è trasferito in Svizzera dopo aver lavorato per tanti anni presso "La Caffeteria" di Ceglie. Un paio di anni fa, insieme a Pino Arpino, ha aperto un bar-ristorante nella città di Pfäffikon, nel Kanton Svitto e da qualche mese lo gestisce da solo. Il locale si chiama "Capolinea", tra l'altro è proprio nei pressi della stazione.

E' specializzato in cucina mediterranea, molto popolari sono in particolare le loro tagliatelle fatte in casa o lo speciale carpaccio di finocchio.



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Qualche giorno fa Pasquale ha partecipato alla trasmissione "Mini beiz, Dini beiz", una competizione tra ristoranti che va in onda su un'emittente televisiva nazionale svizzera. E' stato molto apprezzato, arrivando in finale, e ci fa molto piacere.

Ringrazio l'amico Roberto Scatigna per la segnalazione.






per il video














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